PIPA: UN PASSATO MILLENARIO

La pipa ha origini molto antiche. Alcuni reperti farebbero pensare che un oggetto rudimentale molto simile ad una pipa fosse conosciuto già nell’età della pietra. Scavi archeologici nell’America del Nord, in certi tumuli d’Irlanda, in tombe in Scozia e in Olanda, hanno riportato alla luce pipe di argilla e di pietra datate età del bronzo. Sulla costa meridionale dell’isola di Cipro è stato ritrovato un oggetto di terracotta al quale gli studiosi hanno attribuito funzioni e nome di pipa. Fu costruito 1200 anni prima di Cristo.

Altri documenti ci giungono dall’Africa Centrale, dall’Asia e dall’America Centrale. Nel Congo, i componenti della tribù dei Mangutti aspiravano il fumo ottenuto dalla combustione delle foglie arrotolate. Per farlo si servivano di una pipa il cui fornello era una foglia di banana fatta a cartoccio, il cannello il midollo forato della stessa foglia.

Altre tribù bruciavano foglie di canapa in un piccolo cono di sabbia, in cui praticavano dei fori laterali da cui aspiravano il fumo accostandovi la bocca.

Ancora in Africa Centrale, e sicuramente anche in Persia, si aspirava fumo da un canaletto praticato in un monticello di terra scavato nel centro e riempito di erbe aromatiche. Il fumatore doveva stare sdraiato.

In America Centrale, un bassorilievo del tempio di Palenque, in Messico, datato sesto secolo della nostra era, rappresenta un sacerdote maya che “fuma una pipa”, un grosso tubo dal quale escono lingue di fumo. Questo sacerdote sarebbe l’unico, tra gli esempi citati, a fumare o bruciare tabacco, perché questa pianta gli cresceva in casa. Gli altri, prima che il tabacco invadesse il mondo, fumavano un po’ di tutto: canapa, ginepro, erba di Cipro, farfaro, oppio, funghi, lavanda, anice, foglie di fico, di patata, di tiglio, di menta, di frassino, petali di magnolia e di rosa. E gli strumenti, tubi o cannule o quasi pipe, erano di pietra o d’osso, di dente di foca, di argilla, di legni vari, di ardesia, di pelle e di metallo.

Altri famosi esempi di pipe sono il narghilé, la pipa ad acqua usata nel mondo musulmano, e il calumet degli indiani nordamericani. Il primo è probabilmente anteriore all’islam, il secondo è il prodotto di un’evoluzione più tarda.

Il 1492 è una data importante nella storia della pipa. Cristoforo Colombo si ritrovò nelle Americhe ed osservò che gli indigeni usavano bruciare e fumare foglie dall’odore gradevole, foglie sconosciute, che appartenevano a quella pianta che fu poi ribattezzata pianta di tabacco.

Le tribù incontrate avevano modi diversi di praticare quella misteriosa abitudine. Alcuni indigeni arrotolavano le foglie di tabacco per formare dei rozzi sigari, altri sbriciolavano le foglie e le pressavano dentro strani bocchini che avevano un’estremità allargata per facilitare il caricamento e l’altra più stretta per essere facilmente tenuta fra le labbra. Altri usavano bocchini grandissimi a forma di Y e aspiravano il fumo dalle narici. Altri ancora usavano cannucce che terminavano con una boccetta, oggetto assai simile all’odierna pipa.

Il primo riferimento scritto a una pipa per tabacco, in Europa, è del 1535. I primi ad esibirne furono i marinai spagnoli, inglesi e portoghesi, questi ultimi autori, successivamente, dell’esportazione in Giappone.

Il tanto celebrato Sir Walter Raleigh ha solo il merito di aver introdotto il tabacco a corte, ma non è vero che sia finito sul patibolo per questo e che si sia presentato al boia con la pipa in bocca.

Le prime pipe furono fabbricate in Inghilterra nel 1575: sono di argilla, di terracotta. Altre fabbriche sorsero nei Paesi Bassi, dove si affermò la pipa di gesso (che è argilla bianca), ancora oggi usata e che ha la sua capitale a Gouda. Trovò gloria anche la pipa di legno, nel cui genere divenne famosa quella tedesca di Ulm. Verso la fine del ‘600 comparve la pipa di porcellana, grossa, vistosa, tuttora diffusa in Austria e in Germania. Successivamente, nel 1720, fu scoperta la pipa di schiuma, silicato idrato di magnesio, che si scava in alcune miniere della Turchia a massi tondeggianti.

Si giunse infine, tra il 1860 ed il 1880, alla scoperta della radica, dovuta, sembra, a un francese. La radica è un escrescenza detta “ciocco”, che si trova tra la radice e il fusto dell’erica arborea, un arbusto che cresce spontaneo nelle zone più aride e ventose della macchia mediterranea. In tali condizioni il “ciocco” s’ingrossa e s’indurisce, divenendo così un legno compatto e resistente alla combustione, ideale per le pipe.

I primi centri di maggiore produzione delle pipe furono ST-Claude e Le Muy. Poi, verso la fine del secolo, ne sorsero in tutto il mondo. In Inghilterra, in Danimarca, negli Stati Uniti, in Giappone, e, ovviamente, in Italia.

Qui le prime iniziative artigianali furono intraprese da parte di ex operai emigrati di ritorno da ST-Claude e poi si trasformarono in vere industrie. Attualmente esistono fabbriche in Lombardia, Toscana, Calabria, Marche, Sicilia e Sardegna, e grazie al loro contributo, e al pregio della materia prima, che è il settantacinque per cento di quella mondiale, la pipa italiana ha guadagnato un posto di prestigio nel mondo.

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