BREVE STORIA

La storia del sigaro si confonde con quella del tabacco. Sembra che la prima raffigurazione di un uomo che fuma, appaia in un rilievo del tempio Maya di Palenque, nel Messico. Dovrebbe risalire all’epoca più gloriosa della civiltà Maya, fra il Trecento e il Novecento dopo Cristo. L’uomo, si pensa un sacerdote, aspira fumo da un lungo tubo. Forse una pipa, forse un rotolo di foglie di tabacco, un sigaro. Una leggenda racconta che le stelle cadenti sono le ceneri incandescenti che cadono dagli enormi sigari fumati dagli Dei dei quattro venti. Un’altra leggenda dice che le nuvole sono il fumo dei sigari del Dio della pioggia…

È nella forma di sigaro che i conquistatori del nuovo mondo scoprono il tabacco. In molte zone dell’America del Nord e dell’America centrale è in uso da tempo. Un sigaro rudimentale, foglie accartocciate, passato di mano in mano. Legato alla divinità, ai riti, alla preghiera, alla divinazione. Era riservato ai sacerdoti, ma divenne poi un fenomeno sociale. Per condividere e festeggiare una ricorrenza, forse solo per piacere. Viaggiatori europei raccontano che in diverse tribù centroamericane si aspirava il fumo che usciva da un braciere dove bruciavano foglie fermentate. Forse non era negato a donne e ragazzi.

Non sappiamo con certezza se sia Rodrigo de Jerez il 28 Ottobre del 1492 o Vincent Pinzon il 5 novembre, il primo a notare la strana abitudine degli indigeni di fumare una specie di fagotto di foglie verdi. Nemmeno sappiamo se si tratti di tabacco o di foglie di mais. Una leggenda racconta che Rodrigo de Jerez, tornato in patria, sia stato imprigionato per aver fumato in pubblico quello strano cilindro. Insomma, quel che è certo è che, ai suoi albori, la storia del tabacco è misteriosa.

Poco certezze anche intorno all’origine del nome. Quello attuale deriva da cigarro, che a sua volta deriva, secondo alcuni, da sicar, parola che descrive l’involucro usato dai Maya per avvolgere le foglie di tabacco. Secondo altre fonti deriva da sigarar, che in spagnolo significa arrotolare. Altri ancora lo fanno derivare da cigarra, parola spagnola che significa cicala: la forma del sigaro ricorda quella della cicala. Un’altra ipotesi fa derivare il nome dal verbo zikar, che in lingua Maya indicherebbe l’attività del fumare. Per i cubani il sigaro ha un solo nome: puro.

In Europa, agli inizi, il tabacco diviene celebre grazie alle sue vere o presunte virtù medicinali. Viene consumato in polvere, da fiuto. Più tardi si diffonde il sigaro, prima in Spagna e in Portogallo. Le due potenze, dopo la scoperta dell’America, si dividono l’Atlantico in zone d’influenza e con esso l’America centromeridionale. In questi territori, come abbiamo visto, il tabacco era già coltivato e i coloni, già dai primi anni del 1500, spediscono le foglie in madrepatria.

In principio fumavano soltanto ricchi e aristocratici. Posizione sociale e potere si misurano con la lunghezza del sigaro. Fumano anche i marinai e molti di coloro che avevano contatti con il nuovo mondo. Per gli altri non esisteva, forse perché troppo caro, forse perché troppo strano. L’interesse cresce rapidamente soprattutto in Spagna, la domanda aumenta. Le coltivazioni nelle colonie danno risultati sempre migliori, specialmente a Cuba. Nel 1717 la Spagna impone il monopolio sul tabacco cubano e fa di Siviglia la capitale del sigaro. Nel 1731 s’inaugurano le manifatture reali. Ancora oggi, in Europa, il sigaro è tradizione radicata in Spagna più che altrove.

Nell’Europa del Nord il sigaro si diffonde soltanto nell’Ottocento. La ragione di questo ritardo è dovuta al fatto che Francia, Inghilterra e Paesi Bassi, giunte in seguito, colonizzarono i territori del Nord America, dove era costume fumare la pipa, il calumet. L’abitudine alla pipa prese piede rapidamente e ancora oggi è abitudine estesa e amata più del sigaro. Alla lenta diffusione del sigaro in Europa centrosettentrionale, pongono rimedio le guerre rivoluzionarie e napoleoniche. Furono campagne pubblicitarie molto efficaci. I soldati inglesi andati in Spagna con Wellington a combattere Napoleone, ne furono così impressionati che, tornati in patria, convinsero i connazionali a importarne grandi quantità dalla Spagna e anche da Cuba. Ne arrivarono a fiumi. L’edizione 1809 del dizionario tedesco Brockaus registra “il nuovo modo di fumare” con “cilindri di foglie arrotolate”.

In Asia, dove arrivano i marinai portoghesi e spagnoli, arriva anche il sigaro. Nelle Filippine lo conoscono già alla fine del ‘500, in India lo chiamano cheroot. Quando, alla fine del ‘700, il sigaro è ancora una curiosità in Europa, lo si fuma regolarmente in Birmania, in Indocina, a Ceylon.

In Italia il tabacco giunse alla fine del ‘500, portato da due cardinali, Tornavona e Della Santa Croce. Il matrimonio tra clero e tabacco è sempre stata un’unione felice. Anche oggi gli ecclesiastici fumano sigari (quelli che possono permetterselo), con beata soddisfazione dello spirito santo.

I sigari giunsero in Italia nel ‘600, grazie agli spagnoli che frequentavano Milano e Napoli. Le prime manifatture risalgono al secolo successivo.

Nel 1667, ad Amsterdam, un certo Petit offre nella sua bottega “rotoli di tabacco, celebri nel mondo intero, chiamati sigari”. Verso la fine del 1770, a Roma, il pittore tedesco Peter Wendler abbandona la carriera artistica e diviene imprenditore. Grazie al Papa ottiene una concessione di cinque anni per fabbricare “bastoni di tabacco”. Non ha molto successo, come non ne ha, nell’immediato, il Sig. Schottmann, che apre ad Amburgo, nel 1788, la prima manifattura tedesca di sigari. Ma il successo giunge presto: l’Ottocento è il secolo del sigaro. Manifatture sorgono anche in Francia, in Germania. Le importazioni crescono. Oltre a Cuba, esportano molto il Brasile e le Filippine.

Altro veicolo di diffusione sono i marinai americani. Barili di sigari sono a disposizione dei clienti nelle osterie dei porti. Il sigaro è usato come moneta, mezzo di scambio. Nella prima metà del ‘600, in Connecticut si comincia a coltivare tabacco. Terreno e clima sono idonee alla coltivazione. Le foglie sembrano buone, corpose, ma i sigari sono ordinari, di poco pregio. Nella seconda metà del ‘700, gli Stati Uniti conoscono i sigari cubani grazie a una spedizione inglese a Cuba. Ma i semi piantati non danno i risultati sperati. Ormai è chiaro, il tabacco migliore è quello cubano, coltivato sull’isola. Nel 1810 gli Stati Uniti importano da Cuba cinque milioni di sigari.

Il tabacco, in tutte le sue forme, è stato spesso guardato con sospetto, odiato, temuto, condannato. Da ricordare l’editto di Giacomo I d’Inghilterra che, salito al trono nel 1603, condannò come disgustosa l’abitudine di fumare. Lo Zar Michele Romanoff ordinò che chi fosse stato sorpreso a fumare doveva essere frustato e, se recidivo, taglio del naso e della testa. Il sultano Amurat IV non fu da meno: morte a chi fumava.

In compenso, gli addetti alla fabbricazione di sigari ad Amburgo, si vantano di essersi salvati da un’epidemia grazie al quotidiano contatto con il tabacco.


CUBA

Il tabacco ha circa cinquanta specie di cui soltanto due coltivate per il fumo: la Nicotiana tabacum e la Nicotiana rustica.

All’epoca della scoperta di Colombo, a Cuba il tabacco già esisteva. Forse si trattava proprio della Nicotiana rustica, varietà meno pregiata che dà foglie piccole, piccanti. Oggi praticamente scomparsa, è impiegata soprattutto per la produzione di tabacco da fiuto e sigarette.

Un secolo dopo, arrivarono sull’isola i semi della Nicotiana Tabacum, provenienti dal Nord – Est del Brasile. Grazie al clima, al terreno, alla cura e alla sapienza dei coltivatori, la pianta, nel tempo, ha sviluppato caratteristiche poco comuni. Alta più di due metri, produce foglie molto grandi ed elastiche. Questa varietà è divenuta una tra le più pregiate del mondo, la più adatta alla fabbricazione dei sigari. Il suo nome è Havanensis.

Per molto tempo dall’inizio della colonizzazione, gli spagnoli non danno molta importanza al tabacco. Come detto, già nei primi anni del ‘500, spediscono alla madrepatria balle di foglie di tabacco, ma la loro attenzione è rivolta ai metalli preziosi. Alla fine del secolo “importano manodopera” dall’Africa. Schiavi robusti, forti, da sfruttare per i lavori pesanti. Gli indigeni non gli bastavano, troppo deboli per i loro gusti.

Quando in Spagna la richiesta aumenta, si ha un incremento della coltivazione, si studia per migliorare la qualità. È verso la metà del Seicento che si scopre la regione di Santa Clara, oggi Vuelta Arriba o Remedios, seconda regione per importanza nella coltivazione del tabacco. Circa un secolo dopo è la volta della provincia di Pinar del Rio, dove si trova la zona più importante, la Vuelta Abajo. In breve tempo, la coltivazione del tabacco acquista grande rilievo sociale e politico nella regione in tutta l’isola.

Le prime insurrezioni popolari, culminate con la condanna a morte di un gruppo di piantatori, sono la reazione al decreto del Re di Spagna che, nel 1717, aveva imposto il monopolio sul tabacco cubano. Il provvedimento aveva stabilito che la maggior parte del tabacco fosse trasportato a Siviglia per la fabbricazione dei sigari. È così che la città andalusa è divenuta la capitale dei puros nel mondo. Contemporaneamente, il livello della produzione cubana sale. Nel 1765 viene fondata all’Avana la Reale manifattura di sigari. Le tecniche di coltivazione, fermentazione e confezione sono migliorate. Verso il 1810 nasce la prima fabbrica indipendente, destinata a diventare celebre: “Cabanas y Carbajal”. È ormai evidente che la produzione cubana non ha più rivali. Quando la Spagna comprende che il sigaro, chiuso in casse di legno, sopporta il viaggio meglio delle foglie, decide di abolire il monopolio. È il 1817, e da allora, a Cuba, tutti sono liberi di fabbricare sigari e sigarette. Il tabacco vive il suo momento di gloria. Si fuma ovunque, per la strada, in casa, negli uffici, nei caffè, nei manicomi, negli ospedali, a pranzo, a cena, a letto. Suore, preti, soldati, bambini, schiavi, nobili, prostitute, ladri, fumano tutti. Cuba è un’isola che fuma…

Chiusa la manifattura Reale dell’Avana nel 1821, si aprono altre fabbriche, aumentano i terreni coltivati. Insieme a piccole aziende familiari crescono grandi nomi. Nel 1827 viene registrato il marchio Partagas, nel 1834 Por Larranaga, nel 1844 H. Upmann, nel 1845 La Corona. A Cuba, nel 1848, esistono duecentotrentadue manifatture di sigari.

Il successo dei sigari cubani in America e in Europa, è tale che si diffondono le imitazioni. Per difendersi le fabbriche creano un consorzio per tutelare i propri interessi.

Verso il 1850 venne registrata la prima marca di proprietà non cubana. L’ideatore fu Gustave Bock, un olandese invaghito di Cuba e del suo tabacco. Bock merita una citazione perchè portò il suo marchio all’eccellenza e perché sembra sia lui l’inventore della anilla, l’anello che fascia il sigaro. Si racconta che un giorno, in una bottega, trovò i suoi sigari mischiati ad altri di bassa qualità. Allora, per distinguerli, pensò di personalizzarli con una piccola fascia. L’idea funzionò e fu presto imitata.

Con il miglioramento delle tecniche di produzione e della qualità del prodotto, migliora anche l’inscatolamento per la vendita e la spedizione. Da casse di legno di pino dove venivano trasportati molti mazzi da cento sigari, si passa alle scatole in legno di cedro. L’aroma di questa essenza si fonde bene con quello dei sigari, li protegge dai fetori delle stive in cui devono viaggiare. Il sigaro è una spugna, assorbe tutti gli odori con cui entra in contatto. Nascono i celebri cofanetti in cui tuttora vengono confezionati gli Avana.

Inizia così l’età dell’oro per il sigaro cubano, dalla seconda metà dell’Ottocento fino alla prima guerra mondiale. Fumano gli imperatori, i politici, gli artisti, i grandi mercanti. I fumatori aumentano e chiedono spazio. È il tempo del fumoir, una stanza dove ci si reca per fumare e bere caffè e liquori dopo il pranzo. I fumatori ricchi godono di attenzioni particolari, come gli scompartimenti riservati sui treni. Il sigaro è sinonimo di eleganza e buon gusto. Il successo culmina nella Belle Epoque, fino alla prima Guerra mondiale.

Alla fine dell’Ottocento, anche negli Stati Uniti c’è un forte interesse per i sigari cubani, ma il consumo è frenato dalle tasse sui prodotti provenienti dalle colonie spagnole. La Florida, vicina e libera, attira fabbricanti e lavoratori cubani insofferenti allo sfruttamento spagnolo. Quando gli Stati Uniti, per proteggere il loro mercato, colpiscono con pesanti tasse i tabacchi stranieri provenienti dalle colonie, i produttori cubani subiscono un grave colpo. Tra il 1868 e il 1877, numerose fabbriche sono costrette a trasferirsi a Key West e a Tampa per sopravvivere. La situazione è critica, Cuba paga per la guerra economica tra gli Stati Uniti e la Spagna. I patrioti vogliono l’indipendenza, l’insurrezione è inevitabile. È la guerra. Cuba, grazie anche all’aiuto degli Stati Uniti, raggiunge l’indipendenza nel 1901.

La guerra causa scarsità di semi, vano è il tentativo di impiantare semi provenienti dal Messico e da Portorico. Soltanto una equilibrata distribuzione di semi di Havanensis e il blocco dell’esportazione riescono a normalizzare la situazione. Ma un’altra crisi minaccia il popolo cubano. La vittoria sulla Spagna non è servita a garantire l’indipendenza. L’aiuto ottenuto dagli Stati Uniti è pagato a caro prezzo. In breve tempo l’isola è passata sotto il controllo del gigante nordamericano, che non esita a sfruttarne le risorse principali. Le imprese statunitensi comprano zucchero, caffè e tabacco a prezzi bassissimi, mentre vendono a Cuba prodotti inutili. Gli americani usano l’isola per riciclare denaro sporco, per divertirsi ai casinò. Sono i nuovi padroni e i governanti locali i loro dipendenti, tiranni corrotti, venduti ai gringos. La festa finisce nel 1959, quando Fidel Castro e i suoi barbudos prendono il potere.

Castro nazionalizza le uniche ricchezze dell’isola, lo zucchero e il tabacco. Basta produrre per gli sfruttatori capitalisti, basta essere i loro schiavi. Si devono fabbricare solo due marche che con pochi sigari soddisfino il popolo, tutti i popoli. Le fabbriche vengono requisite, i capitali americani sono costretti a fuggire. È il caos. I coltivatori espropriati fanno ricorso all’Aia e poi fuggono anche loro, in Florida, in Virginia, in altri paesi caraibici, nelle Filippine, alle Canarie. Il gruppo della Tabacalera, controllata dagli Americani, porta via dall’isola marche importanti come Bock, Corona, Villar y Villar. Soldi, conoscenza, esperienza, tecnologia abbandonano Cuba. Da tutto il mondo giungono proteste e nel 1962 gli Stati Uniti impongono l’embargo, la chiusura delle frontiere ai prodotti cubani. A questo punto Castro è obbligato a tornare sui suoi passi. Capisce che Cuba, isolata dal mondo, non sopravviverebbe. Rinunciare all’esportazione dei sigari, l’unico prodotto pregiato vendibile all’estero, è un suicidio. Così le marche nazionalizzate vengono riunite nell’organismo statale Cubatabaco e, lentamente, dopo un periodo di sbandamento, la produzione dei sigari torna ai livelli che la resero celebre e l’esportazione riprende con successo. Nel 1992 Cubatabaco diviene una società per azioni sotto il controllo dello stato, denominata Habanos s.a. E nonostante le difficoltà economiche causate dall’embargo, nonostante gli uragani, nonostante l’attacco di terribili parassiti, la produzione continua. Grazie alla scoperta di nuove varietà di tabacco più resistenti all’attacco di muffe e altri predatori, grazie a sistemi di coltivazioni intensive basati su più raccolti annuali, grazie alle nuove tecnologie e all’incremento della produzione, gli avana vivono oggi una seconda età dell’oro.

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